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Secondo alcuni studi, il turismo tradizionale, globale
e di massa, proprio di strutture e compagnie multinazionali, tende
a diffondere pratiche e comportamenti anti-ecologici ed a falsare
il contesto naturale, sociale, culturale ed economico in cui si
va a trascorrere la propria vacanza, nonché il rapporto tra
i nativi ed il loro ambiente.
Il turismo odierno del tutto compreso e del mordi
e fuggi finisce inoltre col distruggere le peculiarità
di un luogo e lunicità di ogni viaggio, a vantaggio
di unomologazione globalizzante di tale antica e profonda
esperienza.
I soggiorni presso grandi complessi alberghieri - sia che si svolgano
in Africa, in Asia o in Europa - finiscono con lassomigliarsi
tutti e con lappiattirsi sugli stessi stereotipi, colorati
di esotismo apparente, ma spogliati del loro fascino irriducibile.
Ciò impoverisce tale esperienza, il che è
evidente nella delusione del viaggiatore post-turistico, che, aspettandosi
di trovare la differenza, trova luguale e prova un senso di
impotenza anziché di forza.(Leed) Ma ciò impoverisce
soprattutto le popolazioni indigene, il loro ambiente, le loro usanze.
Contro questo modello dominante, si pone la nostra
proposta e la nostra sfida: quella di continuare sì a
fare turismo, ma in modo dolce a livello economico,
ambientale, socio-culturale, etico, umano, agricolo e rurale.
Turismo dolce significa soprattutto compatibilità con
le economie locali, le quali, attraverso il coinvolgimento di personale,
materiali e prodotti agricoli del posto, possono avere una chance
di prosperità, senza dimenticare il rispetto per ambiente, ruralita’
e tradizioni originari.
Ancora, il turismo dolce si pone sulla falsariga
di quellesperienza millenaria così fondamentale per
la formazione del sé, che è il viaggio - dallOdissea
ai romanzi on the road di Kerouac - con le sue importanti ripercussioni
sullidentità individuale e sociale dellessere
umano. Si tratta del viaggio inteso come occasione di
crescita, di scoperta, di conoscenza, non solo di realtà
nuove, ma anche di se stessi e degli altri, proprio grazie al
confronto costruttivo tra le differenze.
Insomma un turismo che invita alla lentezza ed alla
profondità, alla contemplazione ed al rispetto, senza abbandonare
lallegria giocosa del camminare e dello stare insieme.
Un turismo non aggressivo né selvaggio,
perseguito in modo intelligente, responsabile, sensibile, etico,
attento alle innumerevoli implicazioni di questa attività,
sempre più associata purtroppo a dissesti ambientali e a
squilibri sociali, agricoli, economici e culturali.
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